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ALMANACCO DEL GIORNO

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Esattamente 124 anni fa, il 13 febbraio 1894, i fratelli Lumière brevettavano il cinematografo.

Uno strumento in grado di catturare e riprodurre immagini, unendo le proprietà di una camera da presa e di un proiettore. Con il Cinématographe la realtà per la prima volta non era più statica, ma ripresa nel suo continuo divenire. Si completò così una ricerca scientifica durata circa otto secoli.

Figli dell’imprenditore e fotografo Antoine Lumière, Auguste Marie Louis (1862-1954) e Louis-Jean (1864-1948) iniziarono a lavorare con il padre, conducendo esperimenti sul procedimento fotografico e sul movimento delle immagini. La storia di questa ricerca affondava le proprie origini nell’antichità, dal primo esempio di camera oscura studiato dallo scienziato arabo al-Hazen al sistema più elaborato di Leonardo da Vinci e, successivamente, della lanterna magica, ritenuta la madre del moderno proiettore.

Per i due fratelli francesi fu decisiva la scoperta di George Eastman che nel 1885 aveva brevettato la pellicola cinematografica Kodak. Rappresentò il punto di partenza per arrivare a quella dotata di foro di trascinamento, che costituì l’aspetto distintivo della loro invenzione rispetto alle altre dell’epoca (solo in Inghilterra furono depositati oltre 300 brevetti sulle fotografie in movimento).

Per mezzo dei fori, la pellicola veniva trascinata a scatti (grazie a una manovella), attraverso una piccola scatoletta di legno, facilmente trasportabile, rendendo l’utilizzo di quest’ultima estremamente pratico; una semplice sostituzione della lente permetteva di passare dalla modalità camera a quella proiettore.

La scelta del nome fu possibile per puro caso. Un brevetto dal titolo cinématographe era già stato rilasciato all’inventore Leon Bouly. Costui, caduto in disgrazia, non fu più in grado di pagare il canone di locazione per i suoi brevetti, lasciando di nuovo disponibile il nome, che i due fratelli poterono riutilizzare per la loro macchina (la storiografia moderna è tuttavia concorde nell’attribuire a Bouly la paternità del termine cinematografo).

La prima dimostrazione del suo funzionamento avvenne in forma ristretta alla Société d’Encouragement à l’Industrie Nationale di Parigi, nell’aprile 1895. Otto mesi più tardi venne presentato al pubblico al Salon Indien du Grand Café (una sala nel seminterrato dello storico locale parigino di Boulevard des Capucines, vicino alla Place de l’Opéra). I dieci episodi di vita reale proiettati sullo schermo entusiasmarono pubblico e stampa.

Il nome proposto per il cinematografo dai Lumière pare sarebbe stato Domitor, contrazione del latino dominator, che rispecchiava i sogni e le suggestioni di onnipotenza del positivismo. Guardare la vita quotidiana degli altri (o di sé stessi, perché non erano infrequenti le auto-rappresentazioni) e salvarla nel tempo era una sorta di potere di registrazione delle cose, anche di vittoria sulla morte, che trova eco anche nella letteratura contemporanea: nel romanzo Il castello dei Carpazi del 1892, Jules Verne descriveva un inventore che riusciva a riprodurre le immagini e la voce di una cantante della quale era innamorato per averla con sé per sempre.

Inoltre, assistere alle proiezioni cinematografiche gratificava lo spettatore nel vedere senza essere visto, come un “dominatore” del mondo, appunto: lo spettatore si sente (tutt’oggi) inconsciamente superiore ai personaggi ed è gratificato dall’assistere alle loro vicende. Non a caso la visione frontale del cinematografo era quella che nel teatro era riservata al principe e alle personalità più importanti.

Le vedute di “dominatori” sono particolarmente evidenti nei primi documentari girati con la cinepresa Lumière nei primi due decenni del Novecento: nei filmati di Albert Kahn, Luca Comerio, Roberto Omegna o Boleslaw Matuszewski si nota lo sguardo di superiorità verso le culture diverse da quella occidentale, legato alle ideologie del colonialismo e della conquista spietata.

L’immediato successo fece arrivare ai Lumière numerose richieste di locazione degli apparecchi, che fecero il giro del mondo. Convinti che il cinema avesse un’esistenza effimera, nel 1900 essi vendettero i diritti di sfruttamento della loro invenzione a Charles Pathé, dedicandosi ad altre invenzioni nel campo della fotografia.

Tre anni più tardi brevettarono l’Autochrome lumiereun, un procedimento di fotografia a colori basato sulla sintesi additiva. Il sistema, sebbene complesso e poco economico, rivoluzionò il campo della fotografia a colori e acquisì popolarità immediata.

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